martedì, 20 gennaio 2009

Sono quasi le sei del pomeriggio, le dodici ora statunitense, quando Arheta Franklin intona il vecchio inno americano con un enorme, buffo fiocco sul cappello. Non è la politica a farmi venire la pelle d'oca. La sua voce, creata apposta per toccare l'anima, mi fa rabbrividire. Dietro di lei si sta per consumare qualcosa di apparentemente impossibile. Nessuno aveva mai visto così tanti neri ad una cerimonia pubblica. Nessuno aveva mai visto un afro-americano giurare come Presidente. Così, come quando le folle attendono che il santone di turno compia un miracolo da un momento all'altro, guardo impaziente dentro il televisore per impossessarmi di questo evento paranormale.


La figlia più grande di Barack Obama tiene fra le mani una piccola fotocamera con la quale sembra stia girando un video. Sua mamma e suo papà sono al centro di un palco sotto gli occhi di milioni e milioni di persone. Sa bene che di filmati centomila volte migliori del suo ce ne saranno a dozzine. Eppure, quasi di nascosto, riprende la scena per poi rivederla con la nonna, la sorellina e i genitori. Mi sono chiesto, lo ammetto, per quale motivo certe emozioni si possano provare così di rado.


Scegliamo la speranza contro la paura”. Forse il riassunto di tutte queste emozioni è racchiuso nell'intervento del nuovo Presidente. Prima di Obama abbiamo sempre avuto paura che le cose potessero andare male, che i Governi non fossero all'altezza della situazione e che qualcuno o qualcosa avrebbe potuto rovinare tutto. La voce di Arheta Franklin, le lacrime di chi fino a sessant'anni fa veniva trattato come un sub-umano, la tenerezza di una famiglia normale ci danno tutta la speranza del mondo.


Che emozione, Barack. So che anche tu hai avuto la tua dose di adrenalina, oggi. Inutile dirti che siamo tutti a bordo di questa tua scialuppa. Ora mi tocca pure decidermi per un viaggio negli States :-) E non preoccuparti per il nostro Nano malefico, per noi è come una mascotte. Abbaia, sì, ma non morde. Oggi, mentre tu giuravi da Presidente degli Stati Uniti d'America e ti insediavi alla Casa Bianca, lui visitava il Pio Albergo Trivulzio. Cicero pro domo sua... :-)


Alex

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martedì, 20 gennaio 2009

La vittoria della speranza




Ci sono diverse ragioni per le quali le persone civili festeggiamo oggi il giuramento di Barack Obama. Noi “di sinistra”, come ci definisce Colui che Non deve Essere Nominato, che tutt'ora in Italia vediamo calpestati i diritti civili di molte minoranze, oggi ci troviamo di fronte un Presidente degli Stati Uniti nero, liberal, democratico. Noi che per anni abbiamo dovuto leggere sui giornali le storie più agghiaccianti sul razzismo che i nostri concittadini praticavano e praticano sui più deboli, oggi abbiamo la nostra riscossa, il nostro pugno di ferro nello stomaco dell'ignoranza. Oggi vinciamo la battaglia più imponente, pur perdendo quotidianamente quelle più piccole. Perchè da domani chi oserà dire “sporco negro”, “negro di merda”, “scarafaggio, torna al tuo paese” lo dirà all'uomo più potente del mondo. Si crogiolerà nella sua ignoranza, nella sua impotenza di ominide in mezzo agli uomini, come un analfabeta che bestemmia Iddio non sapendo interagire coi suoi simili.


Ma l'importanza di un evento simile non si configura unicamente nella vittoria sul razzismo. L'insediamento di Obama ha un enorme peso politico in un mondo dominato da governi come il nostro che sotto il tenero manto di diciture liberali nascondono elementi neo-fascisti e reazionari. Per otto lunghissimi anni, negli Stati Uniti d'America, un uomo chiamato George W. Bush ha sistematicamente affondato ogni progresso economico, culturale e civile del suo Paese. Contro la ricerca sulle cellule staminali embrionali, fautore di un sistema sanitario per soli ricchi e grande estimatore, quasi compiaciuto, della pena di morte. Senza contare la guerra in Iraq e la strategia della paura finalizzata a raccogliere voti. Se l'America oggi può permettersi di intravedere una piccola luce in fondo a questo tunnel delirante lo deve solo alla forza di un democratico, di un liberal che ha saputo parlare alla gente e farla tornare a sognare.


Spesso ci è toccato in sorte di condividere momenti terribili nei quali ci sembrava di aver perso la speranza. Dopo lunghe battaglie, fatte sempre con il cuore, capitava non solo di perdere ma di essere calpestati da atteggiamenti di assoluta ignoranza. Penso a tutte le volte in cui ci siamo impegnati per difendere da facili pregiudizi le minoranze di questo nostro paese: zingari, ebrei, neri e chi più ne ha più ne metta. Promuovere i diritti civili e combattere l'omofobia, impedire che il proprietario di tre reti televisive, pluri-inquisito, che ha definito eroi personaggi mafiosi condannati per omicidio, venisse eletto Presidente del Consiglio. Ricordo la cocente delusione del Referendum sulla Fecondazione assistita, disertato in massa per ordine di Sua Santità. Abbiamo quasi sempre mancato il nostro obiettivo, facendo apparire i nostri sforzi come perdite di tempo per illusi. Noi italiani, poi, sotto scacco su doppio fronte, politico e cesaro-papista. Anche noi abbiamo sperato e speriamo tutt'ora in un nostro Barack Obama.


"Solo nei sogni gli uomini sono davvero liberi, così è e così sarà per sempre”. Oggi viviamo un sogno che si realizza. E' il trionfo della libertà sulla schiavitù. Schiavitù dei pregiudizi, del sentito dire, dell'ignoranza e della superstizione. Il mondo è cambiato. Alleluja. Alleluja.


Alex

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sabato, 17 gennaio 2009
Santoro, un dipendente del servizio pubblico

Così amò definirlo Silvio Berlusconi in uno dei suoi show telefonici più ridicoli. Non c'è dubbio che Michele Santoro sia una voce libera e che abbia migliorato, sotto certi punti di vista, il giornalismo televisivo italiano. Fu cacciato dalla Rai in tempi di dittatura berlusconiana, quando il Cavaliere sbagliò e credette di poter ridurre al silenzio i giornalisti oppositori. Da quel momento, infatti, perse tutte le elezioni che seguirono, fino a comprendere che in fondo non era poi così pericoloso lasciar dire agli italiani che era un farabutto. Lo avrebbero rivotato ugualmente, e infatti così avvenne.

Ma fra fare del giornalismo libero e costruire trasmissioni a senso unico c'è una differenza enorme. Ricordo con un certo disgusto i programmi condotti da Socci nei quali mancava solamente il quadretto di don Giussani per imbonire definitivamente il pubblico a casa. Per questo motivo, nella puntata di Anno Zero di ieri, Lucia Annunziata ha deciso di criticare Santoro nel suo stesso studio tacciandolo, a parer mio giustamente, di inaccettabile faziosità.

Il tema della trasmissione era il conflitto israelo-palestinese nella striscia di Gaza. Non le solite beghe da cortile cui siamo abituati in Italia, con Cicchitto che inneggia a Silvio e Veltroni che recita il rosario. Un tema così delicato presupponeva la cautela più assoluta nella scelta degli ospiti e dei servizi tale da onorare la cronaca ma nello stesso tempo ricercare l'equilibrio più stabile per garantire che tutte le voci venissero ascoltate. Chi ha visto la trasmissione sa che questo non è avvenuto. E non importa che Santoro abbia scelto di favorire chi  per noi rappresenta i buoni piuttosto che i cattivi, perchè scopo dell'informazione pubblica non è compiacere gli animi di chi ha già un'opinione, ma diffondere i vari punti vista su quella che dovrebbe essere la verità dei fatti.

Non accuso Santoro di essere un giornalista libero di dire le sue opinioni. Lo accuso, talvolta, di confezionare trasmissioni più simili a spezzoni di propaganda che non a dibattiti d'informazione.

Che poi Lucia Annunziata abbia emulato Berlusconi nell'andarsene dallo studio, beh credo che questo sottolinei l'italianità dell'una e dell'altro. A noi italiani piacciono molto queste "terronate" (nel senso di atteggiamenti tipici di un popolo), assieme alla pizza, al buon vino e all'insana passione per Maria De Filippi.

Alex 

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lunedì, 05 gennaio 2009


Nei momenti di crisi, quando non un solo aspetto del paese in cui vivi provoca in te sentimenti benevoli, capita di scovare rare eccezioni che confermino la regola. Convinto come sono che la cultura dei paesi occidentali passi quasi esclusivamente attraverso il mezzo televisivo, sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla fiction "Tutti pazzi per amore" in onda la Domenica sera su Rai Uno.

Da troppi anni eravamo ormai abituati all'idea che in tv non potessero offrirci prodotti diversi dal bigottismo più estremo delle varie fiction su preti, papi e vescovi alla volgarità più squallida dei tanti prodotti made in Mediaset. Invece, non si capisce bene come e perchè, "Tutti pazzi per amore" appare semplice, simpatico e soprattutto onesto.

"Tutti pazzi per amore" ci regala qualcosa che la televisione ci sottrae da troppo tempo: l'immedesimazione in situazioni reali, che viviamo tutti i giorni, e il sogno di poter aggiustare i guai quotidiani con intelligenza ed onestà. Gli attori sono bravi, forse perchè sono attori, e i giudizi vengono dati dal pubblico, non dalle storie. Lo sguardo sulla realtà è sempre ironico, leggero, anche quando i temi trattati appaiono delicati.  

Sulle parolacce, termine odioso di stampo cattolico, non ci sono bip. Dalla De Filippi sono proibite, ma solo per evitare che il tanfo dell'immondizia gettata nelle case degli italiani venga coperto da altri odori più sani.

Appare forse assurdo celebrare una fiction tv per consolarsi delle magrezze culturali che ci circondano. Ma al di là di tutto "Tutti pazzi per amore" mi piace per come entra nel mio cervello e mi lascia riflettere su quanto di buono possa esserci nei mille difetti che ogni giorno trovo nella vita. Può sembrare eccessivo, o addirittura infantile, ma la televisione ogni tanto, meglio dire ogni troppo, regala anche questo.


Alex   
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