giovedì, 13 novembre 2008
Quando la società italiana si divide di fronte al caso di Eluana dimentica la dimensione esclusivamente privata della salute, della vita e del dolore di un essere umano. Da diversi mesi su Facebook compaiono gruppi che sostengono l'una e l'altra causa, raccogliendo tantissime adesioni di persone del tutto estranee alla vicenda. Giuliano Ferrara si spese qualche tempo fa per organizzare una raccolta di bottiglie d'acqua in Piazza del Duomo a Milano per rimarcare la sua contrarietà alla sospensione dell'alimentazione della ragazza in coma. La Chiesa Cattolica tuona, impreca, maledice e scomunica chi vorrebbe lasciarla morire. In questo mare di voci, opinioni e tristi ipocrisie nessuno si è preoccupato di ribadire che gli esseri umani non vivono per compiacere e benedire gli ideali culturali, politici o religiosi degli altri. Ogni uomo o donna vive per cercare la propria felicità nell'intimo della sua esistenza. Se neghiamo agli esseri umani la facoltà di disporre del proprio corpo, dei propri affetti e delle legittime aspirazioni lediamo diritti inviolabili.

Chi è Joseph Ratzinger per dettare legge su come gli esseri umani devono disporre della propria vita? Chi è Giuliano Ferrara per gettare fango su di un padre che desidera portare a termine i desideri di una figlia ridotta da sedici anni ad una agonia non voluta? Chi siamo noi per dire che Eluana deve, e su questo "deve" pongo tutti gli accenti del mondo, vivere o morire? La risposta è ovvia, non siamo nessuno. Perciò mi tengo lontano dal sostenere o combattere le decisioni di chi si trova dentro determinate situazioni. Certo, una legge serve e dev'essere approvata, ma per sottolineare con forza come certe scelte delicate spettino solo alla singola persona, ai familiari e ai medici che l'hanno in cura. Teniamo i predicatori e gli speculatori fuori dal dolore che la vita spesso riserva. Caliamo una volta per tutte il sipario su di un triste spettacolo che vede scontrarsi dogmi contro dogmi, credenze contro credenze, scomuniche papali e crisi isteriche generalizzate. La realtà è più dura di ogni pregiudizio e non può essere gestita a colpi di crociate.

Alex
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categoria:pensieri
mercoledì, 05 novembre 2008

Nel 1969 gli Stati Uniti d'America mostrarono al mondo che l'uomo era arrivato sulla Luna. L'evento suscitò talmente stupore ed incredulità che ancora oggi c'è grida al complotto e dubita della veridicità di quelle immagini. I miei genitori, tutti i genitori di oggi, ricordano con emozione le circostanze che portarono i loro occhi a conoscere quei fotogrammi che in fondo segnarono la storia del genere umano.

Qualcosa di simile, molto simile, è accaduto questa notte in America. Il candidato democratico Barack Hussein Obama è divenuto il 44esimo Presidente degli Stati Uniti d'America. Episodio degno di nota, certo, ma di per sè non eclatante se ci dimenticassimo per un solo attimo, e non lo potremmo mai fare, chi è Barack Obama: un senatore di colore. Ecco che i termini cambiano quando si gira la questione nel verso più idoneo: gli americani hanno eletto, a suffragio universale, un nero alla Casa Bianca. Per capire il fondamentale significato storico di questo evento bisogna pensare agli anni sessanta di un'America razzista e bigotta. Per un nero era impensabile anche solo iscriversi all'università. L'idea di un Presidente di colore avrebbe potuto al massimo animare qualche barzelletta raccontata a cuor leggero. Nessuno poteva immaginarsi che nell'arco di mezzo secolo i cittadini americani avrebbero potuto raggiungere una tale maturità civile da appoggiare, a maggioranza assoluta, una candidatura così impensabile. La storia ricorderà il 4 novembre del 2008 come la data in cui gli Stati Uniti hanno definitivamente posto un macigno sulla questione razziale.

Barack Obama non è solo un senatore di colore, e non è certo stato eletto per questo. L'America ha votato per il cambiamento, perchè Bush è stato il peggior Presidente della storia repubblicana e perchè i cittadini hanno sentito sulla loro pelle l'assoluta necessità di fare un passo avanti. La sconfitta di McCain, che pure ho ammirato per le qualità morali e intellettuali, segna la sconfitta dei conservatori moderni. Il populismo, quell'arma a doppio taglio che incanta le genti e le porta a votare, ha esaurito le sue potenzialità. Forse non tutti sono disposti a farsi ingannare più di due volte di fila, e forse con gli anni la società statunitense è maturata a tal punto da smettere di credere alle iniezioni di paura dei repubblicani volte al controllo dell'opinione pubblica.

Ancora una volta sembra che oltre oceano ci superino in democrazia, anche e soprattutto nonostante la politica di Bush che ha fortemente messo in discussione ogni principio democratico. Nel nostro piccolo paese la questione razziale è ancora aperta e il populismo sembra attecchire ancora molto bene nel fertile terreno dell'ignoranza. Oggi però non possiamo non constatare il forte vento di rivoluzione politica e culturale che proviene da Occidente. Per la prima volta dopo tanti anni siamo tornati a sperare che un mondo migliore sia possibile.

Ma prima ancora delle speranze ci sono i fatti. Barack Obama è il nuovo Presidente degli Stati Uniti d'America.
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