mercoledì, 24 agosto 2005

E’ morto un uomo che aveva fatto del suo movimento un motivo di vita, cercando ogni giorno di raggiungere con le sue gambe tutti gli angoli di questo mondo. Paralizzato da 13 anni, non muoveva braccia e gambe, i suoi muscoli non gli permettevano di respirare. Da 13 anni poteva solo sbattere le palpebre e parlare, inchiodato a letto, con la speranza sotto al cuscino. Voleva curarsi con le staminali, in Cina, voleva fare da cavia. Nemmeno questo gli è stato concesso. La sua morte ha gettato luce su quello che dovrebbe significare il dibattito scientifico. Fogar si era espresso palesemente a favore del referendum abrogativo della legge 40, che vieta sperimentazioni sulle staminali embrionali. Vocioni rauchi, odiosi e miserabilmente moralisti lo avevano additato come uno che cercava di guarire uccidendo embrioni. Fogar era cosciente del fatto che in ogni caso, anche qualora avessero vinto i sì, non sarebbe mai stato curato. La sua era ormai una lotta di principio, più che di interesse. 13 anni a letto, forse, disincantano l’uomo e lo fanno guardare oltre il banale senso delle cose. Altri Fogar, in futuro, lotteranno contro questa morale senza senso, alla ricerca della speranza. Altri Cristopher Reeves moriranno in attesa di una cura. Ma questo a Rimini non si dice. No, a Rimini ci sono i sorrisi, le canzoncine, il bambinetto sano e rigorosamente bianco in braccio ad una madre rigorosamente bianca. Che per loro è un embrione. Pera indice crociate per salvare gay, figli di gay e nipoti di gay, maledetti fino alla terza e quarta generazione. Gli altri bambini, quelli che muoiono a sette anni, non in stadio di blastocisti. Ah, quelli? Sì, quelli, idiota. Cosa volete farci? Non possiamo mica indignarci con il nostro stile di vita. A Rimini ci sono tanti ragazzi in carne che hanno fame. Grazie al cielo, pochi paraplegici. Grazie al cielo, poche coppie sterili. Grazie al cielo, pochi, pochissimi cervelli.

Alex

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martedì, 23 agosto 2005

Sono sospeso fra la voglia di scrivere, di sorprendermi, e la necessità di tacere per non rovinare il momento. Non è più come quando avevo diciassette anni, quando mi bastava avere davanti una tastiera per cominciare a gettare nero su bianco quel che mi passava nella testa. Gli anni sono trascorsi e come filtri hanno impedito, poco a poco, che continuassi a scrivere quel che pensavo, quel che sentivo. Ma non sono cambiato, insomma, va un po’ a momenti. Questa sera avevo voglia di parlare con qualcuno che mi volesse un gran bene. Gli amici importanti sono lontani, e lo saranno ancora per un po’. Stare lontano da lei, poi, mi dà una sensazione di vuoto che solo il desiderio riesce parzialmente a colmare. La definirei un’amicizia speciale, ma non rientra nei miei canoni. No, credo sia a metà strada fra l’avventura e la paura di far le cose sul serio, qualcosa senza un punto d’arrivo se non il semplice stare assieme un giorno, e poi un altro. Questa Milano vuota mi suggerisce che da solo sto bene solo se penso a qualcun altro accanto a me. Incessantemente. Lo so, è una forma di dipendenza, come l’alcol, il cibo, il fumo. Non sono sicuro che sia poi così male avere dei vizi, mentre sono quasi certo che starne lontano mi fa star male e mi fa riflettere. Oggi al telefono avrei voluto dirle che le volevo bene, ma il telefono mi impaccia. Molto meno di questo blog, che leggono in pochi, che lei non legge. Oggi avrei anche voluto essere più gentile col mio amico e più ragionevole con me stesso. L’uomo è un animale socievole, vive in comunità, è fatto per starsene coi suoi simili. Mi conforta. Almeno, oggi, mi sento di appartenere fino in fondo al genere umano.

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domenica, 21 agosto 2005

Ogni volta è sempre diverso, eppure gli schemi si assomigliano. L’odore di chiuso, il letto disfatto, le tapparelle abbassate. La tua casa così com’era quando te ne sei andato, con la lista della roba da portare dietro dimenticata sulla scrivania, che tenti di non guardare perché rappresenta qualcosa che ora non c’è più. Pensavo di non reggere tre settimane di campeggio, e invece sono sopravvissuto e, anzi, mi sono trovato bene. In questi 21 anni e mezzo sono stato in diversi posti e in diverse condizioni di alloggio. La verità è che non me ne è mai fregato nulla davvero del posto dove dormivo e del cibo che mangiavo, se c’era qualcuno con cui dividere le lamentele e i fastidi. A volte mi piacerebbe vivere come nel telefilm Friends, 24 ore su 24 con persone della tua stessa età con cui ridere e scazzare, o forse rimane uno di quei sogni che una volta realizzato ti lascia l’amaro in bocca, nascondendoti brutte sorprese. In Spagna, ad un certo punto, il gruppo contava nove persone. Molto diverse. Ragazzi, ragazze, cattolici, atei, medici, ingegneri, berlusconiani e antiberlusconiani. Certo, era difficile tenere insieme le esigenze di tutti, ma caspita ne è valsa la pena. Ecco, la convivenza insegna sempre qualcosa. Insegna che a far litigare due amici spesso sono le cazzate e non le cose serie. Insegna che il tono con cui dici le cose può cambiare un’osservazione in un’offesa. Insegna che non avere limiti è eccezionale solo se dentro di te sai quali sono i tuoi. Sì, decisamente è stata una vacanza stupenda. Non riesco a classificarla, no, metterla a confronto con altre vacanze passate sarebbe un delitto. So solo che ho provato forti emozioni in momenti apparentemente banali. Al mattino, quando sorridevi all’unico amico già sveglio. C’era la voglia di stare assieme, che si esauriva raramente e solo perché dovevi andare in bagno. A volte mi chiedo che fine abbiano fatto tutte le persone che ho incontrato finora e che non ho più risentito. Mi chiedo se un giorno sarà lo stesso con coloro che hanno condiviso con me questa vacanza. Non so, ovviamente la speranza è quella di rimanere sempre assieme. Se sapremo giocarci bene queste amicizie, se sapremo coltivarle senza soffocarle, se sapremo restare uniti. Senza troppi limiti, se non quelli che abbiamo dentro.

 

Alex

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