sabato, 26 febbraio 2005

In questi giorni di scarsa salute per i massimi esponenti della Chiesa Ufficiale e della Chiesa dei Movimenti, ascoltando i tg mi sono soffermato su alcune notizie che tempo addietro avrei filtrato senza pensarci troppo su. Prendiamo ad esempio il tg1 del mattino che, nel giorno della morte di Suor Lucia, declama: “E’ venuta a mancare la suora veggente che vide la Madonna”. Attenzione, non “che disse di aver visto”, bensì “che vide”. Cioè, in pratica, il miracolo diventa realtà e non rimane un fatto sul quale si può scegliere di credere o non credere. Immaginiamoci se l’Imam di Milano dicesse di aver visto Maometto: cosa titolerebbero i giornali? “L’Imam di Milano vede Maometto” o “Ennesima trovata pubblicitaria per la guerra santa”? E’ ovvio che c’è differenza fra visioni cattoliche e visioni laiche, in quanto è rinomato che se lacrima una Madonnina è miracolo di Dio, se il tavolino comincia a vibrarmi e ad alzarsi, indubbiamente è colpa di un demone infernale (oppure mi sono dimenticato di togliere il vibro-call dal telefonino…)

 

“Il Papa è guarito grazie alle preghiere dei fedeli”. Questa è una dichiarazione tipo di suorine e vescovoni che da tempo scalpitano per la salute di sua santità. Il povero barbone, invece, che è morto ieri sera assiderato, non se l’è potuta cavare: nessuno pregava per lui. Insomma, cara gente, è meglio farsi tanti amici finchè si è in salute, perché se ti ammali e nessuno prega per te sono cavoli amari. Questa è la giustizia del Dio dell’amore, che decide se farti guarire o meno in base al numero di persone che pregano per te. Non fa una piega, non trovate?

 

“Piangiamo un uomo che, con il suo operato, ha evitato di ridurre la Chiesa Cattolica a moralismo e scelte politiche”. Questo è il sunto della predica di Ratzinger in Duomo per il compianto Don Gius. La Chiesa non è fatta di scelte politiche né di falsi moralismi. Poi se al meeting invitiamo Formigoni e Sirchia, ma va, quella non è politica. Se il preservativo diventa uno strumento demoniaco e fare sesso prima del matrimonio un grave peccato mortale, ti pare che sto facendo del moralismo senza senso?? No. Il moralismo è quello di chi va in piazza con la bandiera della pace e poi fa sesso con il proprio partner senza sentirsi in colpa. Anzi, usa pure il preservativo perché, lo stolto, crede ancora che l’AIDS esista davvero e non sia un’invenzione dei comunisti per far torto alla Santa Sede.

 

L’illogicità è figlia dell’ignoranza. E l’ignoranza non è figlia della mancata istruzione, ma della chiusura mentale. Se aprissimo un po’ di più le nostre testoline eviteremmo di farci abbindolare. Ma so che per guardare certi tg e certi programmi televisivi, nonché per ascoltare i nostri politici, la chiusura mentale non è più un risultato, bensì un necessario requisito.

 

Alex

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mercoledì, 23 febbraio 2005

Il giorno della vittoria ha il sapore della gioia che non cede alla stanchezza. Accendo lo stereo e ascolto finalmente quella musica di cui da tempo mi ero privato, guardo dalla finestra un mondo che fino a 24 ore fa guardavo con malinconia, come se non fosse un po’ anche mio. Deposito nella libreria quel libro di millecentottantasei pagine che ho letto e riletto decine di volte, cercando di ricordarne le minuzie e le particolarità. Le valanghe di fotocopie in più da guardare, perché le ha scritte un coglione fisiologo di merda che nulla ha da fare in più nella vita se non rendere difficile quella degli altri. Il sapore della vittoria si lega alla consapevolezza di aver sacrificato quattro mesi della propria vita in cerca del successo, della promozione all’ultimo esame mattone di questa facoltà lunga e pesante. Resto a guardare le vittime lasciate sul campo da persone poco dignitose, che guardandosi allo specchio dovrebbero vergognarsi di avere uno stipendio così alto e un’etica professionale così sporca. Ha vinto la correttezza sulla slealtà, ha vinto lo studio sulla voglia di fregare, ma soprattutto la tenacia sull’arresa. Ho vinto quando ho deciso di non addormentarmi presto la sera per rileggermi la fisiologia del muscolo. Ho vinto quando ho detto di no ai sabati sera, alle ore piccole, alla disperazione più nera negli occhi di chi faceva questo esame e ne usciva sconfitto dentro. Non ho ceduto, e ho vinto. Perché forse avrebbero anche potuto bocciarmi, insultarmi e denigrarmi, ma avrei comunque vinto. Si vince ogni volta che superiamo noi stessi senza usare gli stessi mezzi dei bastardi cattedrati presuntuosi. Si vince anche quando riconosci di essere te stesso e solo quello, e quando capisci che non sei quel voto sul libretto, non sei la matricola assegnata il giorno dell’iscrizione. Sei quella persona che resta nel cuore di chi ti ha supportato in questi mesi, e che ti desidera per quello che riesci ad essere. A voi, ragazzi, e a tutti coloro che combattono con armi pari, dedico la mia vittoria. In un urlo:

HO PASSATO FISIOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!

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sabato, 19 febbraio 2005

Centinaia di migliaia di persone, a Roma, e centinaia di milioni di persone, nel mondo, vogliono dare al popolo della guerra preventiva un chiarissimo messaggio: "non nel nostro nome". Non siamo noi a voler esportare pace e democrazia coi mitra al collo. La vostra guerra e le tragiche conseguenze che ne scaturiscono non appartengono al nostro modo di vedere la soluzione dei conflitti. Più nello specifico, carissimo governo italiano, la vostra volontà dura e testarda di voler mantenere le truppe in Iraq è simbolo di un servilismo poco dignitoso non verso gli Stato Uniti d'America, ma verso tutti coloro che intraprendono una guerra per scopi esclusivamente economici. Lasciare l'Iraq non significherebbe, come qualcuno ha scritto, gettarlo nel caos, ma affidarlo alle Nazioni Unite, al governo neo-eletto, che tanto democraticamente vorrebbe instaurare una teocrazia bella e buona fondata sulla legge coranica.  Abbiamo già sbagliato in principio mandando i soldati a far del bene coi fucili puntati, dobbiamo smetterla di credere che gli italiani siano lì a far del bene. Li mandino con aiuti, cibo, acqua, vestiti, medicine, libri. Senza nessun tipo di arma, come Giuliana Sgrena. A quel punto crederò alla missione di pace. Ora, c'è solo da vergognarsi.

Liberiamo la pace. Liberate Giuliana

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giovedì, 17 febbraio 2005

La guerra genera odio. La violenza scatena altra violenza. Chi nega questo principio è ignorante o profondamente egoista, perché la storia non lascia dubbi sul suo passaggio: ogni guerra miete vittime innocenti. Se poi a scatenarla sono motivazioni economiche, non si parla più di vittime di guerra, ma di sacrifici umani al potente ed effimero dio denaro.

 

Non sopporto vedere una donna innocente piangere a comando dentro un video freddo e stridulo. Mentre chiede ad un premier col riporto ed alla sua maggioranza di latitanti il ritiro da una guerra che ha di dignitoso solo le sue vittime. Nausea, tristezza, rabbia. Questo è quello che provo e che credo provino tutti quelli che non trovano immaginabile una situazione del genere. Una giornalista contro la guerra da ben prima del suo rapimento, che viene spogliata della dignità, reclusa, comandata e spedita dentro a un video minaccioso. Quattro arabi terroristi senza onore, umanità e senso religioso che usano una tragedia come quella della guerra in Iraq per far soldi.

 

Qualcuno accusò i pacifisti di essere i ponzio pilato del 2000. Giuliana Sgrena si sta lavando le mani dei problemi del mondo, così come fece il povero Baldoni. Tutti pacifisti codardi capaci solo di portare una bandiera in piazza. Date retta a noi! E’ con la violenza che si esporta la democrazia, mica con le idee!

 

Berlusconi, signor Presidente della Repubblica, onorevoli imputati e latitanti: l’Italia ripudia la guerra. Più chiaro di così non si può. L’Italia ripudia la guerra. Maledetta costituzione pacifista!fista.  piazza. me fece il povero Baldoni.  fattori premimenti; viscosità

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martedì, 15 febbraio 2005

A Milano sembra un giorno come gli altri, se non fosse per le targhe alterne che non influsicono sulla mia monotona vita da studente. A Milano sembra un giorno come gli altri, se non fosse per questo cielo mai visto, di un azzurro intenso che poche volte si affaccia sulla grande città del Nord. E io me lo sto perdendo, lo guardo dal balcone come si guarda un quadro che vuole dirti qualcosa. Questo cielo vuol dirmi di uscire, andarmene e cominciare a vivere la vita che voglio. Mi piacerebbe prendere l’autobus, poi la metro verde, andare in Centrale e salire sul primo treno diretto verso il mare, o verso Roma, dove voglio assolutamente tornare dopo fisiologia. Non ce la faccio più a vivere una vita non mia, sempre seduto a leggere cose che all’inizio reputi interessanti, poi noiose, poi terribilmente nauseanti. Mi vien voglia di maledire la bellezza della biologia, che mi ha costretto a scegliere una facoltà così pesante e lunga. Mi vien voglia di maledire gli autori di ER, la mia prof di scienze del liceo, i miei genitori e i miei sogni adolescenziali di medico senza frontiere. Non sogno di essere un topo di biblioteca, un occhialuto professore universitario, un gobbo ministro della salute con gli scheletri (meglio dire gli assegni) nell’armadio. Non me ne frega niente. Voglio stare coi miei amici, voglio divertirmi, voglio emozionarmi. Voglio amare qualcuno, voglio essere amato, voglio che nulla passi di fronte a me senza che il mio cervello dica “Figata!”. Ora è come se su quel cielo mai visto qui a Milano ci fosse la scritta “Fuggi e non tornare mai più”. Con l’esame a 6 giorni di distanza sarebbe una follia. Una follia che però darebbe un senso all’immediato, a questo sole invernale, a questa vita non mia. Ho paura, di fuggire, ma anche di restare. La paura ci frega tutti. Ci frega la vita.

Alex

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lunedì, 14 febbraio 2005

In fondo la tenerezza ha vinto sulla mia ferma decisione di non festeggiare questa giornata commerciale. Qui sotto c'è la canzone che più mi ha accompagnato negli eventi simil-amorosi. Non serve il sottofondo midi, sono sicuro che la conoscete tutti e ve la siete scaricata almeno una volta.

"Ma sì ma sì, lasciamolo correre questo ragazzo, e date retta al sottoscritto che lo conosce da sempre. Se ha gli occhi un pochino lustri, è per via che il vecchio Alex, quando fila così come il vento..." (se non conoscete nè la canzone nè la citazione, nascondetevi ai miei occhi) :-))

More Than Words

Saying I love you
Is not the words I want to hear from you
It's not that I want you
Not to say, but if you only knew
How easy it would be to show me how you feel
More than words is all you have to do to make it real
Then you wouldn't have to say that you love me
'Cause I'd already know

What would you do if my heart was torn in two?
More than words to show you feel
That your love for me is real
What would you say if I took those words away?
Then you couldn't make things new
Just by saying I love you

More than words.....

Now I've tried to talk to you and make you understand
All you have to do is close your eyes
And just reach out your hands and touch me
Hold me close don't ever let me go
More than words is all I ever needed you to show
Then you wouldn't have to say that you love me
'Cause I'd already know

What would you do if my heart was torn in two?
More than words to show you feel
That your love for me is real
What would you say if I took those words away?
Then you couldn't make things new
Just by saying I love you

More than words.....

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sabato, 12 febbraio 2005

Leggo sul web (Repubblica.it) che un uomo statunitense stava organizzando un suicidio di massa per il giorno di san valentino. Sembra siano state coinvolte più di trenta persone. A me sembra tutto così assurdo, pensare che ci siano persone pronte a togliersi la vita su ordine e suggerimento di un pazzo conosciuto in rete. Invece queste cose succedono, purtroppo spesso, senza che nessuno possa farci niente.

L’anno scorso su FreeLand dissi di essere disgustato dalla commercializzazione dei sentimenti, quindi dal giorno di San Valentino. L’amore ridotto a una cenetta dettata dalla ricorrenza, un regalo dettato dalla ricorrenza, un cioccolatino che improvvisamente non contiene più grassi e zuccheri ma tanto, tanto affetto. Ecco, se mai qualcuno avesse deciso di ridicolizzare l’animo umano, di banalizzarne le passioni e i sentimenti, con san valentino ha raggiunto i suoi scopi.

Coincidenza tragica: l’anno scorso, il 14 Febbraio, moriva suicida nella sua casa Marco Pantani. Coincidenze. Può essere, ma la verità va guardata sotto tutti i punti di vista.

Non credo si possano attribuie a san valentino più danni della festa della mamma, del papà, della zia e della sorella. Sono feste alienanti, che fanno sentire narcisisticamente bene una parte della società e inducono l’altra a porsi inevitabilmente delle domande. I miei san valentino da single sono sempre passati all’insegna dell’allegria, non nascondo di avere sempre avuto una certa indole “ribelle” per la quale si riusciva, con altri amici, a “cuccare” di più dello sfigato a cena con la tipa. E ci si divertiva un mondo. Tuttavia alcune volte, non a san valentino, la forza del mio humor non è riuscita a sopraffare la mia tristezza per storie d’amore finite male o altri casini sentimentali. In quei momenti era per me cruciale sentire vicino i miei amici. Se non ne avessi avuti, credo, forse mi sarei connesso al web per cercarne qualcuno lì.

La vita deve passare sopra il superluo, e san valentino è una festa superflua. Se fosse un cibo, lo descriverei dolce da nauseare, pesante da digerire e molto, molto costoso. Se penso a Pantani, a quelle 30 persone pronte a farsi fuori, beh… la solitudine, quella sì, non è commerciale e nemmeno costosa. La trovi ovunque, in chiunque, a basso prezzo. Lunedì sera il popolo dei pecoroni metterà le sue chiappe in un ristorante per farsi spennare. A vole mi chiedo cosa sia più triste fra essere soli e fingere di non esserlo.

Alex

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giovedì, 10 febbraio 2005
 

Oggi non capisco, oggi è sfuggito al mio controllo, oggi è passato senza fiatare, senza emettere suoni, oggi è morto e risorge al mio fianco con questi pensieri. Oggi è qui, accanto a me, come soggetto pensante di una costellazione di avvenimenti.

Viaggia, dentro di me, una mina insolita, quella del ricordo. Guardo me stesso due anni fa, davanti al computer a scrivere, sempre, sempre…a scrivere ti amo, poi una serie di vaffanculo, poi ancora ti amo e poi ancora e poi ancora e poi ancora

 

Rileggo le lettere che ti ho spedito, le rileggo, le gusto, sono belle ma mi uccidono, mi infilzano per riportarmi ad accarezzare la cicatrice che ho addosso, a sfiorarci attorno il dito per sentirne il bruciore ancora vivo. Ma come mai, amore mio? Cos’è successo? Non sei più l’amore mio, ma gli aggettivi vanno e vengono…mio tuo suo, come niente all’improvviso sono diventati uguali. Amici. L’amicizia è tanto bella quanto bastarda. Ti fa fare castelli di sabbia, ti fa sorridere…vento passò e nulla rimase, se non il bambino davanti al suo castello distrutto che urla a squarcia gola. Vuole la mamma. Ah, se avessi ascoltato la ragione, lei si che sa il fatto suo. Mandalo affanculooooooooooooooooooooo urlò

 

Non è tuo amicooooooooooooooooooooooooooo sbraita oggi

 

Oggi è tutt’altro, oggi decido io e solo io. Oggi non capisco che cazzo sto dicendo ma so che a parlare sono io. Io faccio quello che voglio, sia ben chiaro al medico, all’amico e alla ragazza che amai a suo tempo. Non accetto interferenze, ne ho piene le palle di chi mi usa per soddifare le sue manie oratorie. Te lo do io il consiglio giusto! No, grazie, tienitelo, oggi sono io. Le mie amicizie sono mie. Io sono mio. Io sono mio. Io sono mio. Voglio essere amico di quello stronzo? Cazzi miei. Voglio amare quella puttana? Cazzi altrettanto miei. Oggi sono io.

 

Oggi sono io. E basta. Basta. Senza rancore, sia ben chiaro, voglio bene a tutti. Non voglio musi offesi, non voglio chiarimenti, vi ho capiti, volevate solo dire la vostra. Oggi no. Oggi no. Dai, oggi no. Oggi dico la mia. Per favore. Vi prego. Oggi sono io.

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giovedì, 10 febbraio 2005

Pronti per un’altra giornata di solo studio, come se il tempo concessomi fosse stato ipotecato, ormai da mesi, da un voluminoso e pesante libro di fisiologia. Sono ormai quasi cinque mesi che macino pagine su pagine, nella speranza di ricordarmi tutto. Cinque mesi. Grazie al cielo non sono uno di quelli che si chiude in casa a studiare da mattina a mattina, altrimenti sarei già schiattato dalla depressione. Mancano ormai solo dieci giorni e mi sembra di non essere mai pronto. Speriamo nei lumi della scienza…

 

Fra una pagina e l’altra assisto allibito al balletto di alleanze fra radicali, centro-destra e centro-sinistra. I radicali, che tanto predicano bene sulla partitocrazia e sul bipolarsimo malato, ora si sono messi all’asta al miglior offerente, peraltro senza farne mistero con nessuno. Non fa un po’ schifo? Più che alleanza io, a questo punto, con tutte le dovute cautele, la chiamerei prostituzione…

 

Questo è fra i tanti motivi che mi spingono a preferire la scienza alla politica: perciò autoconvinciti, Alex. Prendi il tuo buon libro e chiuditi in una biblioteca. Eccoci.

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lunedì, 07 febbraio 2005

VOCI FUORI DAL CORO (anche se don Verzè non è il mio campione preferito!)

Fecondazione: Don Verze', lecito usare embrioni per ricerca

''E' lecito'' usare embrioni umani per trovare nuove cure ''a patto di non uccidere l'embrione e di non ferirlo''. Lo afferma al Corriere della Sera il fondatore del San Raffaele, Don Luigi Verzè, per il quale la scienza ''è lenta ma arriva'' e la fecondazione omologa ''va vista come completamento dell'atto coniugale''

''A suo tempo - afferma Don Verzè- la Chiesa l'accetterà, come accetterà, per situazioni limite, pillola e preservativo''. Per don Luigi Verzè, ricerca e scienza ''sono sorelle gemelle. Oggetto della fede è la verità. Oggetto della scienza è la verità. L'errore sta nel contrapporle''. E, riguardo la possibile approvazione un giorno della Chiesa della pillola e del preservativo ''almeno per situazioni limite'', don Verzè sottolinea che ''per farlo capire a certi proibizionisti basterebbe che uscissero dalle affrescate stanze curiali e si in trattenessero per un po' nelle favelas e nei tuguri africani''.

Negare il diritto di avere figli è una stupidaggine contro natura. - continua il fondatore del San Raffaele - Anche prima della legge 40, i nostri ginecologi inseminavano un numero limitato di ovociti, sufficienti per un unico e contemporaneo impianto; e solo il 5% di quelle gravidanze è bigemina. Il limite di tre mi pare eccessivo, perchè limita la possibilità di avere figli. In casi particolari, l'inseminazione forse può essere portata ad un numero leggermente superiore di ovociti, purchè tutti impiantati. Anche qui occorre scienza, sapienza e cuore''.

Riguardo la fecondazione eterologa, don Verzè sottolinea: ''Non vorrei essere un figlio spurio, ma se lo fossi non me ne vanterei''. ''Io -conclude don Verzè- farei il referendum quando la scienza mi darà più luce, a me e alla gente che per decidere ha diritto di saperne di più. Insisto: l'importante è non uccidere. Io, se voterò, voterò per essere quello che sono, figlio di mio padre e di mia madre, non un numero ma una persona, questa che loro mi hanno trasmesso''.

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lunedì, 07 febbraio 2005

L’anno scorso mi ritrovai a scrivere una relazione, per l’esame di bioetica, sul film “Le regole della casa del Sidro”. Lo avevo visto una prima volta tre anni fa e mi aveva annoiato. Lo rividi l’anno scorso, con altri occhi, scoprendoci dentro un significato che nessun altro film, fino ad allora, mi aveva trasmesso. Il protagonista, ora spiderman sul grande schermo, è un giovane medico (anche se non laureato) che rifiuta di praticare aborti. Una scelta che molto probabilmente condividerò anch’io, se tutto andrà per il verso giusto e riuscirò, un giorno, a laurearmi. Il suo rifiuto è netto, categorico. Se sua madre avesse deciso di abortire, ritiene il giovane, lui non potrebbe assaporare quella gioia di vivere che ogni tanto invade un po’ tutti, facendoci sentire preziosi e vivi. Poi un giorno…

Non mi piace rovinare i finali. Le considerazioni scaturite da quel film mi hanno insegnato una cosa fondamentale: la differenza fra ideali e realtà. Le cose che amo, le persone che amo, appartengono al mio vissuto e non possono rientrare nella sfera dei miei ideali. Di fronte al particolare, di fronte ai mille problemi della vita, i miei ideali cadono. Certo, rimangono miei, non li rinnego, ma scendono di un gradino rispetto alla situazione che ho di fronte. Spesso nei dibattiti ci si dimentica dei perché che stanno dietro a tante scelte. Una donna che decide di abortire, a prescindere se sia giusto o meno farlo, non credo lo faccia a cuor leggero. Il problema sta nel trovare la giusta sintesi fra ideali e singole situazioni, fra convincimenti politici o religiosi e sentimenti improvvisi. Il proverbio dice che una regola soddisfa due necessità: quella di essere rispettata e quella di essere infranta. Il nocciolo duro è decidere se il generale, se l’ideale, deve sempre e comunque vincere sul singolo avvenimento del singolo essere umano. Finchè si parla di tasse, di soldi, tutto è più semplice. Ma può uno stato legiferare e normare definitivamente temi delicatissimi come quello della vita? E anche qualora, giustamente, lo facesse, sarebbe lecito rispettarne le regole anche quando queste sembrano assurde nel singolo contesto in cui ci si trova? Discorso che, secondo me, è molto affascinante.

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sabato, 05 febbraio 2005

 

postato da: alexperry alle ore 16:28 | Permalink | commenti (3)
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sabato, 05 febbraio 2005

 

postato da: alexperry alle ore 16:22 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 05 febbraio 2005

Nella mia città, e penso in tutte le città italiane, si vedono cartelloni di Alleanza Nazionale che inneggiano alla patria, che sostengono l’essere maggioranza di una coalizione di centro destra che non ha fatto altro che spaccare il paese in due, come del resto dice Berlusconi, fra buoni e cattivi. La patria. Quella concezione nazionalista del proprio paese che ha alimentato due guerre mondiali e numerose deportazioni, non ultima quella di Milosevic. Ora qualcuno mi dice che devo sentirmi italiano. Devo, e io rispondo così. Mi sento italiano quando all’estero si illuminano gli occhi dei miei coetanei stranieri nel momento in cui dico di essere italiano. Mi sento italiano quando penso alla Resistenza, al 25 Aprile, al modo in cui ci siamo risollevati dalla distruzione post-bellica della seconda guerra mondiale. Mi sento italiano quando penso che il mio paese è magnifico, centro indiscusso dell’arte occidentale. Quando penso a Galileo, Leonardo, Dante.  Mi sento italiano quando, al Sud, respiro l’ineguagliabile accoglienza che contraddistingue la nostra gente e le nostre terre. Quando mi bagno nel mediterraneo e penso che se non fosse per qualche coglione di turno potremmo essere il paese più ricco del mondo. Mi sento italiano quando rapiscono una giornalista del mio paese che faceva il suo dovere, che raccontava le verità che vedeva. Con coraggio.  Non mi sento italiano, certamente, quando il mio paese va in guerra. Non mi sento italiano quando chi mi rappresenta si crede Dio in terra disceso dal cielo per dirmi chi sono i buoni e chi i cattivi. Non mi sento italiano quando chi osa parlare di mafia viene criticato e insultato. Non mi sento italiano tutte le volte in cui la patria viene abbassata all’idea di lotta, di violenza, di guerra. La mia Italia è pacifica e pacifista, sa far vincere la cultura del dialogo su quella della belligeranza. Adoro la mia Italia, senza che uno stupido cartello mi dica che sono in minoranza. Anche se non voto An, anche se non ho mai imbracciato un fucile e mai (spero) lo imbraccerò.

 

Alex

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venerdì, 04 febbraio 2005

E' giunta da poco la notizia che una giornalista del Manifesto è stata rapita in Iraq. Dopo Baldoni, si ripete la drammatica esperienza di un crimine che non può essere giustificato in alcun modo. Spesso si confondono la resistenza iraqena con questi terroristi che non cercano l'indipendenza del proprio paese, ma soldi da estirpare con riscatti e rapimenti. Mi auguro che il governo italiano s'impegni per ottenere il rilascio della giornalista, così come è stato fatto con le due Simone. Così come non è stato fatto, purtroppo, con Baldoni. Le mie sono insinuazioni, ma credo che se fosse stato rapito in pieno inverno piuttosto che a fine agosto forse il suo blog, oggi, sarebbe aggiornato con le sue parole di sempre. Ci vuole coraggio per fare i giornalisti in terre martoriate dalla guerra, ci vuole passione per il proprio lavoro e tanta tenacia. Spero col cuore che si riesca a far liberare Giuliana Sgrena. Non possiamo permetterci di lasciare degli eroi in mano a criminali senza scrupoli. Come per le due Simone, serve unità.

Alex

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mercoledì, 02 febbraio 2005
 
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mercoledì, 02 febbraio 2005

Censura sì, censura no. E’ giusta la censura? Forse è meglio chiarire a quale censura ci si riferisce. In questo momento intendo quella d’opinione. Ci sono anche gli altri tipi: quelle che si occupano di tagliare le scene scabrose dai film, di mettere il bip sotto alle parolacce di chi sta in tv, di dire “questo film è adatto ai bambini, questo ai grandi e quest’altro ancora ai sadici della violenza”. Ritengo ingiusto, come già ho detto, ogni tipo di censura. Ma ritengo ancora più ignobile la censura politica. La democrazia è un frutto diretto della libertà di conoscenza. Senza libertà d’espressione non può esserci democrazia, anche se le elezioni non vengono truccate, perché a parlare è sempre una campana sola che, casualmente, non riguarda mai le opposizioni e le minoranze. Si è cacciato Santoro perché era fazioso. Vespa, invece, andrebbe preso come esempio di giornalismo libero. Come quando pagò gli assassini di Marta Russo per intervenire a Porta a Porta. Come quando invitò il Cavaliere senza garantire la presenza di un contraddittorio. Come quando Previti venne condannato a 11 anni e lui mandò in onda l’ennesima trasmissione su Cogne. Si potrebbe continuare all’infinito. Cosa sarebbe successo se Santoro avesse invitato solo Prodi, nelle sue trasmissioni, senza nessun altro giornalista o politico di parte avversaria? Comunista, bolscevico, rivoluzionario, omicida, criminale, assassino, teppista, fazioso, giustizialista, giornalista rosso, eccetera eccetera. Lo fa Vespa, ed è normale. Quattro anni fa ero un fedele spettatore dell’allora “Sciuscià” e Santoro non fece mai una sola trasmissione senza garantire la presenza di tutte le parti politiche. Certo, esprimeva opinioni e mandava in onda servizi scomodi (come quando parlò dei rapporti fra mafia/Dell’Utri/Berlusconi, poi confermati dalla sentenza dello scorso anno del Tribunale di Palermo). Troppo scomodi. E Biagi? Il rivoluzionario armato fino ai denti che attentava alla vita dello Stato? Silurato. Per non parlare di Luttazzi, scomodo a destra e a sinistra solo perché il suo umorismo era volgare e rappresentava una mina vagante. In qualsiasi altro paese epurazioni del genere avrebbero indotto le opposizioni non dico alla guerra civile ma quantomeno ad un secondo Aventino. In Italia va bene così a quasi tutti. Chi governa prende in mano la Rai e comanda. Peccato che Berlusconi abbia Rai e Mediaset. Conflitto di interessi? No. Interessi e basta, senza conflitto.

 

 

 

Alex

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