Si finisce sempre con l'impressione di aver vissuto anni volati via più in fretta della luce. Mi ricordo al primo anno. Mi alzavo al mattino, mi trascinavo fuori di casa col buio, poi in metropolitana e infine sul primo regionale diretto a Pavia. In mezzo alla nebbia, sotto “A rush of blood to the head” dei Coldplay si distingueva un disco rosso infrangere l'orizzonte della pianura padana. Faceva un freddo cane, tanto freddo da non farmi nemmeno immaginare cosa sarebbe stata la terribile estate del 2003. Era il mio primo anno di università dopo un liceo strano e mal vissuto. Nemmeno mi ricordo quali aspettative frullassero nella mia mente, nei pensieri immersi fra le puntate di ER e le aule universitarie che avevo intravisto qualche volta nei film. Sapere oggi di essere arrivato alla fine mi lascia inebetito. Su quei treni, con i Coldplay nelle orecchie, tutto immaginavo tranne, un giorno, di finire. Il presente d'altra parte sembra sempre così ineluttabile da apparire eterno, tanto da fregarci perfino i sogni.
Poi il tempo è passato. La nebbia fuori dal finestrino è diminuita negli anni, quasi fino a scomparire. Un bel giorno sono cambiati anche gli orari dei treni, ma non il loro ritardo, le loro carrozze da dodicesimo mondo e il tipico trasudare estivo dei sedili. Sono usciti due nuovi album dei Coldplay e dal lettore cd portatile sono passato all'iPod. Per il resto non era cambiato pressochè nulla. Ci sono periodi nella vita in cui non devi tener conto di niente: delle fatiche, dei tempi, delle modalità e soprattutto dei perchè. Quando mi sono ritrovato ad imparare una serie di nomi e frasi senza senso delle dimensioni dell'elenco del telefono (anatomia), quello è stato indubbiamente il momento più critico. Non ne ravvedi le motivazioni, non ne capisci il senso, temi di non farcela più. E quando finisci col violentarti la mente per imparare tonnellate e tonnellate di assurdità si manifesta tutta la conflittualità fra Io e Super Io. Nevrosi d'ansia. Delirio (ho creduto con assoluta certezza di avere, nell'ordine: malattia di Parkinson, sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica, cardiomiopatia ipertrofica, diabete mellito, coriocarcinoma e infine carcinoma della testa del pancreas). Un disastro. Una sofferenza gratuita.
Dopo anatomia le cose sono andate lentamente migliorando. Di esame in esame ho cominciato a sentire una vaga utilità di quello che stavo studiando. Quarto, quinto e sest'anno sono volati trasformando il sottoscritto in una macchina da esami. Difficili, certo. Ma nulla rispetto alla mole e all'agghiacciante inutilità di anatomia. Del tirocinio ospedaliero non posso lamentarmi. In questi anni ho ficcato il naso un po' qua e un po' là per vedere cosa succedeva nelle corsie dei vari reparti e nessuno mi ha mai chiuso le porte in faccia. Poi finalmente è terminata la diaspora e mi sono stabilito a Malattie Infettive. Anche in quel caso non ne ero convintissimo, ma mi ero posto l'obbligo di fare una scelta e oggi ringrazio la mia autodeterminazione.
Stamattina, andando in reparto, potete immaginare cosa stessi ascoltando guardando fuori dal finestrino dello stesso treno di quando ho cominciato a pendolare fra Milano e Pavia. “A rush of blood to the head”, talmente rush da farmi venire un piccolo brivido sulla pelle. Sono passati sei anni, mi sono laureato e tutto il resto. Non ci crederete, ma il mio primo pensiero è andato a quei maledetti sedili sporchi delle stramaledette ferrovie. Agghiacciantemente gli stessi da almeno sei, lunghissimi anni. Ho raddrizzato il capo e l'ho allontanato dal poggiatesta.
Alex




